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Suffragio universale in Italia: “solo” settant’anni

Suffragio universale in Italia: “solo” settant’anni

Roma, 3 Marzo 2016 -  Laura de Luca

“Ho settant’anni”.- dichiara lei, e tutti sgranano gli occhi. Affascinante, dinamica, consapevole, informata …

Oggi una settantenne è una donna spesso ancora impegnata attivamente nel lavoro, con energie formidabili da spendere in famiglia, con quel giusto mix di esperienza e vigore che la rendono una “matura ragazza” non di rado in jeans e scarpe da ginnastica, sportiva, ironica, a volte perfino sensuale e serenamente al riparo dal rischio di apparire ridicola.

Settant’anni possono essere un periodo breve o lunghissimo: nella nostra metà di mondo settant’anni di vita oggi sono decisamente pochi, settant’anni di matrimonio rappresentano invece un cospicuo traguardo. Settant’anni di regime comunista hanno lasciato segni indelebili nei paesi del socialismo reale, settant’anni nella storia dell’universo hanno cambiato invece poco o nulla…

Che le donne in Italia abbiano diritto di voto da soli settant’anni sembra davvero, con la sensibilità politica attuale, un tempo scandalosamente breve, dando ormai per acquisita la parità dei sessi in ogni campo del vivere civile. Ma forse è un difetto di prospettiva, che non rende ragione del grande lavoro di acquisizione di coscienza storica e delle tante battaglie politiche e sociali che furono necessarie per arrivare al suffragio universale. Dentro questi settant’anni dunque, ve ne sono, concentrati, almeno altrettanti, che hanno visto protagonisti sia uomini che donne.

 La storia inizia subito dopo l’Unità (1861) nell’ex Lombardo-Veneto, dove le donne avevano già in precedenza diritto di voto e ne rivendicano ora l’estensione a tutto il Regno. Da allora, quanti disegni di legge, quante proposte, ma soprattutto quanti pregiudizi, resistenze e insabbiamenti... Chi propone di ammettere al voto solo le signore nubili o vedove, chi considera disdicevole vedere sottane ai comizi, per non parlare della eleggibilità delle donne alle cariche pubbliche, che è ovviamente esclusa a priori, esattamente come nel caso di analfabeti, falliti, condannati…

Ma è una storia che si sovrappone alle resistenze per lo stesso suffragio universale maschile, visto che lo Statuto Albertino concede il diritto di voto solo a maschi over 25 che sappiano leggere e scrivere e soprattutto abbiano un cospicuo reddito. Insomma a fine ottocento possono votare solo i più ricchi, e per di più con un titolo di studio. Per definizione, questo elettorato non avrà alcun interesse a cambiare le cose a favore dei più disagiati. Nonostante gli sforzi del governo Depretis, che abbassa il censo degli elettori, bisognerà aspettare il 1912, con il governo Giolitti, per arrivare al suffragio universale maschile. E anche stavolta le donne resteranno escluse.

Fior di giuristi si fanno paladini di questa esclusione: Giuseppe Zanardelli, Francesco Crispi… E gli argomenti sono nobili: tradizione e famiglia. La politica si è sempre fatta fuori casa, i figli invece si allevano dentro casa. Per far politica la donna dovrebbe abbandonare il focolare e la tradizione verrebbe offesa, la famiglia sarebbe minacciata. Per non parlare della biologia: anche le ciclicità femminili sono invocate per sconsigliare un coinvolgimento delle instabili menti muliebri nell’indirizzo della cosa pubblica…

Possiamo riconoscere la buona fede ai politici del primo regno d’Italia: per tutto il XIX secolo “politica” significò battaglie aspre, dure, barricate, moti rivoluzionari. Forse non era chiaro neppure agli uomini cosa comportasse la semplice titolarità del diritto di voto: la capacità di esprimere un pensiero sulla cosa pubblica, anche a partire dalle sicure mura domestiche, e non necessariamente dalle barricate.

Comunque sarà un uomo, Salvatore Morelli, a presentare nel 1867 il primo disegno di legge sulla concessione del voto alle donne: troppo “egualitario”, naufragherà subito. E intanto nel mondo sono gli anni delle suffragette, tutte “nipotine” della Rivoluzione Francese e dell’industrializzazione nel Regno Unito, che sta cambiando la vita di uomini e donne, delle città, dei borghi e delle famiglie. A una di queste suffragette, Clementia Taylor, sua amica, Giuseppe Mazzini, scrive: “nulla si conquista, se non è meritato”.

Grandi meriti senz’altro vanno ascritti ad Anna Maria Mozzoni, autrice nel 1864 di La donna e i rapporti sociali, che in una petizione del 1877 afferma: senza il diritto di voto “i nostri interessi non sono tutelati ed i nostri bisogni rimangono ignoti”. Questa parentela delle donne con l’ombra sarà una costante anche negli anni a venire: problemi ed esigenze di operaie, madri di famiglia, lavoratrici dei campi, nonché talenti e potenzialità restano misconosciute per definizione. Forse è proprio a questo punto che si forma quella coscienza biologico-politica che animerà tante battaglie più vicine a noi nel tempo, spesso un po’ troppo “sopra le righe”. A Depretis la Mozzoni ricorda: la donna “afferma il suo diritto al voto perché è persona libera e completa - mezzo come l'uomo in faccia alla specie - fine a sé stessa, al par di lui, nella attività della sua coscienza (…) I problemi che travagliano la vostra coscienza, sono gli stessi che turbano la nostra; che la libertà che voi amate, l'amiamo anche noi; che i mezzi coi quali voi conquistaste la vostra, furono indicati dagli stessi principii che debbono rivendicare la nostra”.

Anni intensi dunque, che nel Novecento vedono gradatamente sempre più rispetto verso la questione del suffragio universale: sono entrati infatti in parlamento cattolici e socialisti, tradizionalmente più vicini ai problemi della gente. Si susseguono altri progetti, proposte, petizioni, “guarnite” dalla firma di grandi italiane, come ad esempio Maria Montessori e perfino don Sturzo si schiererà a favore della causa, contro lo stesso Papa Pio X che nel 1905 afferma: “non elettrici, non deputatesse, perché è ancora troppa la confusione che fanno gli uomini in Parlamento. La donna non deve votare ma votarsi ad un'alta idealità di bene umano […]. Dio ci guardi dal femminismo politico.”.

E le donne si voteranno, infatti, ancora una volta alla causa della vita e della famiglia, dando prova, durante la guerra, di riuscire a sostituire molto bene gli uomini nel ruolo di capi-famiglie e anche nei lavori più duri; per questo il 9 marzo 1919 il governo promulga la legge Sacchi con la quale si elimina la predominanza familiare del maschio. Un successo straordinario, una svolta epocale. Anche Mussolini cavalcherà a parole questa battaglia, ma poi la riforma elettorale del 1928 toglierà definitivamente il diritto di voto anche agli uomini. Bavaglio agli uni e alle altre. E la guerra rimanda ancora una volta le donne nei campi e nelle fabbriche a rimpiazzare gli uomini, a “tirare avanti la carretta” dando coraggio a giovani e vecchi, a combattere la guerra del pranzo e della cena, oltre che a impegnarsi attivamente, in molti casi, come vere soldatesse (Le donne della Resistenza!)

Finita la seconda guerra mondiale, i tempi sono ormai maturi. Il conflitto è ancora in corso quando De Gasperi e Togliatti si mostrano favorevoli all’estensione del suffragio anche alle donne: questo compromesso storico ante-litteram porterà al decreto De Gasperi-Togliatti, meglio conosciuto come decreto Bonomi. Il 31 gennaio 1945 venne emanato il decreto legislativo che conferisce diritto di voto alle italiane di almeno 21 anni. Applaude anche papa Pio XII, intuendo, più che la grande svolta civile, il potenziale anticomunista custodito nei voti delle neo elettrici: “ogni donna, dunque, senza eccezione, ha, intendete bene, il dovere, lo stretto dovere di coscienza, di non rimanere assente, di entrare in azione [..] per contenere le correnti che minacciano il focolare, per combattere le dottrine che ne scalzano le fondamenta, per preparare, organizzare e compiere la sua restaurazione”. Ancora una volta dunque “donna” è sinonimo di “tradizione”.

Le prime elezioni amministrative alle quali partecipano le donne italiane si svolgono a partire dal 10 marzo 1946 in 5 turni, mentre la prima consultazione politica cambierà la storia del nostro paese: il 2 giugno 1946 italiani e italiane, nel referendum istituzionale, sceglieranno insieme la repubblica.

C’è una studentessa di lettere che quel 2 giugno del 1946 sta per compiere 20 anni. Non può ancora esprimere il suo voto, ma se potesse, voterebbe per la Repubblica, senza dubbio. Dunque l’esito di quel referendum è teoricamente dovuto anche a lei e a quella sua ridente giovinezza…“Durante la guerra non mi era piaciuto il re, le sue incertezze, e poi a vent’anni si ha voglia di cambiare”.

E poi c’è una signora semplice, poco più di 40 anni e 5 figli, emigrata a Roma dalla Calabria, cui il marito operaio simpatizzante comunista raccomanda: “Vai a votare e vota per il futuro!” Anche lei sceglierà la Repubblica, ma l’avrebbe scelta anche senza la raccomandazione del marito.

Erano mia mamma e mia nonna. Anche a queste due donne, insieme a tante altre, dobbiamo la dignità del nostro paese, la “glorificazione” di tanti sacrifici, la tradizione dei nostri valori e il rispetto delle nostre idee, uomini e donne.

Questo sacrosanto riconoscimento di soggettività politica, che compie oggi sulla carta solo 70 anni, non va certo offeso con la riproposta di anacronistici modelli femminili, che siano l’Angelo del Focolare o la Donna-Oggetto, oca e manipolabile. Ricordiamo tutti questa fiera ed efficace espressione degli anni settanta? Si riferiva alle bambolone seducenti costruite solo per il piacere dei maschi, ma oggi si adatta perfettamente anche a un’altra categoria di donne-oggetto, meno appariscenti e per questo ancora più inquietanti: le fattrici di figli disposte a cedere parti del proprio corpo e questi stessi figli in cambio di denaro. O troppo scientemente incoscienti, o troppo drammaticamente sfruttate nell’indifferenza generale verso la loro dignità di esseri umani…

Che a settant’anni di suffragio universale corrispondano dunque settanta e più anni di universale buon senso. Quello stesso delle nostre mamme e delle nostre nonne che sapevano puntare avanti, senza paura di guardare anche indietro.

FIDAPA BPW Italy

La FIDAPA BPW Italy (Federazione Italiana Donne Arti Professioni e Affari) è un’associazione composta, in Italia  da circa 11.000 Socie  ed appartiene  alla Federazione Internazionale IFBPW (International Federation of Business and Professional Women) 

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